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Salute e sostegno alla persona

Discriminazioni sul lavoro

 

 

Il principio di parità tra uomini e donne prevede che le donne abbiano diritto ad accedere a qualunque lavoro in condizioni di parità con gli uomini ed il diritto allo stesso trattamento per un lavoro eguale oppure equivalente. Solo dal 1966 è stata riconosciuta la possibilità per le donne di accedere al pubblico impiego, e progressivamente il diritto si è esteso fino al recente provvedimento che ne riconosce il diritto anche alla carriera militare (d.lgs. 28.1.00).

Il principio di parità prevede il divieto di discriminazione tra i due sessi (legge n.903/77, legge n.125/91 art.4, come modificato dall’art.1, lett.a) e b) d.lgs. n.145/2005):
- nell’accesso al lavoro, con qualunque tipo di assunzione ed in qualunque settore;
- nella formazione professionale;
- nella carriera professionale;
- nel tipo di lavoro che viene affidato;
- nella retribuzione;
- nel licenziamento;
- nelle condizioni di lavoro;
- in ogni altro aspetto del rapporto di lavoro.

Sono vietati i comportamenti discriminatori diretti e indiretti, palesi oppure occulti, come:
- test di gravidanza al momento dell’assunzione;
- colloqui in sede di assunzione in cui venga chiesto se sei sposata, o se hai figli o se hai intenzione di averne;
- rifiuto di assumerti perché sei donna (salvo per il lavoro nel settore della moda arte e spettacolo se il genere è essenziale per lo svolgimento del lavoro);
- rifiuto di assumerti perché il lavoro prevede orari notturni - rifiuto di assumerti se sei incinta;
- rifiuto di assumerti perché il lavoro è pesante (se non è previsto dal contratto collettivo).
- richiesta del requisito militesente (anche se le donne possono entrare nell’esercito, restano comunque numericamente molto meno degli uomini).
Sono altresì vietate le discriminazioni indirette, che dipendono dall’uso di requisiti che, anche se apparentemente neutri, in realtà sfavoriscono le donne, perché in percentuale sono in grado di soddisfare tale requisito molto meno degli uomini. (Il discorso si applica anche in modo rovesciato nei confronti degli uomini). Il divieto non opera se tali requisiti siano “essenziali” per il lavoro da svolgere, ovvero non siano possibili alternative (art. 4 L.125/91). Controlla se nel tuo posto di lavoro viene rispettato questo divieto ed eventualmente fallo valere rivolgendoti alla Consigliera provinciale di parità, ad un avvocato, al rappresentante sindacale. Secondo il quadro definito dalle direttive europee e dai d. lgss. 215 e 216 del 2003, si possono combattere anche le discriminazioni multiple, come quelle in cui si somma l’essere donna con l’essere persona di particolare razza, oppure origine etnica. Anche le molestie oppure il mobbing possono essere fenomeni discriminatori, qualora consistano nella realizzazione di un comportamento indesiderato, adottato per uno dei motivi vietati (per es. la razza oppure l’origine etnica, oppure il sesso) con lo scopo oppure l’effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, umiliante oppure offensivo. Sono vietate, inoltre, le discriminazioni per orientamento sessuale, salvo che in alcuni ambiti, quelle per età, per disabilità, o convinzioni personali, salvo le deroghe consentite.
Tratto da: I diritti delle donne: guida pratica / aggiornamento a cura della Commissione Provinciale Pari Opportunità della Provincia Autonoma di Trento.

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